MEMORIA PER IMMAGINI - Eugenio Manzato, 2017

Dario Delpin, pittore e incisore friulano, si presenta con questa mostra per la prima volta a Treviso.

Espone una nutrita antologia di oltre settanta opere, tra dipinti e incisioni, scelte in modo da illustrare i diversi aspetti della sua poetica: la laguna di Grado, la civiltà contadina, scorci del suo studio d'artista.

Il luogo in cui è nato e vive è un piccolo borgo nella campagna del Friuli orientale, non lontano da Aquileia e dal mare, che ha molti punti di somiglianza con la campagna trevigiana: soprattutto per quanto attiene alla vita che un tempo vi si svolgeva, scandita dal lavoro e dalle stagioni.

La campagna trevigiana, scoperta ed esaltata nella sua bellezza discreta da Guglielmo Ciardi, divenne attraverso di lui un vero e proprio genere nella pittura: ebbe cultori fra gli artisti trevigiani fin oltre la metà del Novecento, anzi vi sono pittori e incisori che ancora vi si ispirano.

Nella pittura friulana del Novecento non si è sviluppato un analogo filone dedicato alla rappresentazione naturalistica e lirica del paesaggio; chi ha rivolto la sua attenzione agli ambienti e ai soggetti della civiltà contadina ne ha, di preferenza, ritratto gli aspetti esistenziali: uomini e donne al lavoro, le difficili condizioni di vita, tradotte in un linguaggio di forte carica espressionista, attenuata talora da cristiana rassegnazione.

Dario Delpin ne raccoglie a suo modo l'eredità; fin dagli anni '80 dà rappresentazione con una intensità intrisa di dolorosa partecipazione al mondo rurale: in Contadini, una acquaforte del 1983, l'uomo ara un terreno che copre ossi di morti; ma è con una serie di acqueforti del '95 dedicata a lavoratori della terra e delle botteghe che egli tramanda “tutto l'arco della fatica maschile nei suoi mestieri in maggioranza scomparsi” (Bartolini)1. Anche nella rappresentazione dei paesaggi campestri prevale una componente drammatica: non solo nel segno intenso ed essenziale dell'acquaforte, ma anche negli oli accesi di colori dove i gelsi si propongono come “sculture d'essenziale nudità”, mentre i cipressi “reggono la prima metafora della preclusione”; e le viti, soprattutto le Viti d'inverno, diventano quasi allusione all' umanità dolente nella dinamica torsione dei tronchi e degli esili tralci. Per un trevigiano viene naturale un confronto con le viti e i vigneti che Giovanni Barbisan ha rappresentato in dipinti e soprattutto in numerose acqueforti, in cui segni minuti e ravvicinati conferiscono vibrante liricità ai soggetti.

Eppure Dario da bambino e fin dopo l'adolescenza ha vissuto con impegno sereno la vita dei campi, partecipando volentieri con la famiglia del nonno materno – uomo buono e affettuoso nel suo ricordo – a tutti i lavori scanditi dal trascorrere delle stagioni: le arature e le semine autunnali, l'allegria del raccolto e della vendemmia, e perfino le faticose concimazioni spandendo letame gli suscitano dolce nostalgia. Ma nella traduzione poetica i ricordi d'infanzia trasfigurano in quella vena “cupa” – è ancora un'espressione di Bartolini – che caratterizza la tradizione friulana del Novecento. Esiti tanto diversi si spiegano certamente con visioni poetiche personali: le serene e solari composizioni di Barbisan derivano da un atteggiamento bucolico dell'artista, che vede la campagna con gli occhi dell'abitante della città e vi si accosta in un'atmosfera di evasione; mentre Delpin aveva vissuto la campagna da dentro, attraverso le asprezze del duro lavoro.

E' Versa, frazione di Romans d'Isonzo, il piccolo borgo in cui Dario è nato: luogo appartato e privo di strutture culturali, se non la scuola elementare. Eppure tra qui e la campagna del nonno, in comune di Gradisca, egli ha trovato i suoi maestri: innanzitutto il padre, che grazie al suo lavoro nelle industrie di Monfalcone – era disegnatore di aerei, e in seguito di frigoriferi – portava il vento della modernità in famiglia, e aveva coltivato fin da giovane la pittura specializzandosi nella tecnica all'acquarello; e in maniera assai più alta che da dilettante, come attestano le numerose opere e le rassegne a cui partecipava. E Paride Castellan, pittore nativo di Gradisca ma di formazione toscana – allievo di Luigi Michelacci – la cui frequentazione compie il percorso formativo di Dario.

E un terzo maestro egli riconosce nel poeta gradese Biagio Marin: si incontrano grazie all'ispirazione che viene ad entrambi dal paesaggio lagunare, acque e barene, casoni e “batele”, poesia e pittura, e suggellano nel 1983 l'amicizia con una cartella – Laguna – di acqueforti e poesie.

Il piccolo borgo di Versa offrirà nel prosieguo un altro poeta a cui affiancarsi: Celso Macor –anch'egli nativo del piccolo borgo – è cantore, come Delpin, della civiltà contadina che va scomparendo, e insieme pubblicheranno diverse cartelle dedicate al paese, agli antichi mestieri, ai luoghi.

E così, tra campagna e laguna, si va svolgendo da oltre quarant'anni l'arte di Dario Delpin.

Quel microcosmo in cui si è formato costituisce ora una personale e preziosa risorsa: abita in una villa signorile, ma di domestiche atmosfere, già della famiglia de' Claricini, in cui ha raccolto affettuosamente gli acquarelli del padre e dipinti di Castellan2; a pochi passi di distanza ha edificato uno studio, ampio e luminoso, in cui va raccogliendo oggetti e utensili in disuso – attinenti alla civiltà contadina, ma non solo – libri, immagini e cartoline di opere d'arte e luoghi visitati. Casa e studio costituiscono due facce della stessa medaglia: sono un personale museo della memoria da cui egli attinge ispirazione come a una fonte generosa, nel momento in cui la civiltà che li ha prodotti è ormai definitivamente scomparsa.

Anche i soggetti di laguna rientrano in una dimensione di memoria: tra acque e barene le “batele” – le tipiche barche a fondo piatto adatte ai bassi fondali – abbandonate al degrado e al disfacimento, i pontili diruti, reti aggrovigliate restituiscono vite e mestieri; i colori lunari dei dipinti sfociano talora in veri e propri notturni, non cupi tuttavia bensì vibranti di segni luminosi; e il tratto austero ed essenziale delle incisioni dà vita a composizioni dal fascino struggente.

La fase più recente della produzione di Dario Delpin sembra svolgere temi assai prossimi al genere della natura morta; in realtà già da alcuni anni, in una serie di incisioni di intensa forza poetica, egli aveva posto attenzione a oggetti particolari come scarpe ammonticchiate sul banco del calzolaio ( Scàrpis dal cialiâr), gabbiette per uccelli (S'ciàpulis in cantina), damigiane, e i prediletti cesti (Zèis) in cui si cimenta in magistrali intrecci di raffinato disegno. Ma gli oggetti che egli ritrae nello studio hanno una forte componente evocativa che trascende la mera rappresentazione: trasferisce l'esperienza delle tecniche ad olio e all'acquarello nei colori acrilici che, attraverso tempi rapidi di asciugatura, consentono immediatezza di rappresentazione; pagine manoscritte di un antico libro di conti, incollate alla tela, lasciano trasparire registrazioni di transazioni, contrattazioni e inventari. Sono storie di persone e delle loro attività che affiorano sotto gli oggetti : è la Storia – con la “S” maiuscola – che impreziosisce di pieghe la superficie dei dipinti, segni del tempo trascorrente.

Le forme del pane, quel pane un tempo tanto raro e bramato, sono diventate simboli evocatori; gli oggetti – mestoli, pentole, ceste, cuccume – recano l'identità delle persone che li hanno usati.

E fanno parte della Storia anche pennelli, vasetti, tubetti, colori, insieme ai libri sui quali ha appreso le vite e le opere di altri artisti. L'atmosfera è dinamicamente serena, i mazzi dei pennelli ricordano le verghe viminee dell'intreccio dei cesti. Con gli strumenti del pittore Dario Delpin propone se stesso, senza retorica e senza presunzione ma con gioiosa consapevolezza, attraverso lo specchio del suo lavoro.

 

1E. Bartolini, Delpin, pittore della solitudine, in D. Zanella, a cura di, Dario Delpin tra zolle e barene, catalogo della mostra, Gorizia - Biblioteca Statale Isontina, 1 febbraio – 2 marzo 2003, Mariano del Friuli 2002, p. 14.

2A entrambi i maestri, per interessamento e coinvolgimento più o meno diretto di Dario, è stata dedicata in anni recenti una mostra corredata di catalogo: Francesco Delpin. Racconti di acquerello, Gorizia, Casa Morassi – 2 novembre 2009-10 gennaio 2010; Paride Castellan nel centenario della nascita (1911-2011), Gradisca – La Fortezza Galleria d'arte – 5-30 novembre 2011.


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