IL FASCINO DISCRETO DELLE COSE ORDINARIE - Cristina Feresin, 2020

Uno sguardo sul passato, ma senza la nostalgia e la retorica dei bei tempi andati, piuttosto una pacata e serena riflessione sulle origini e sui luoghi circostanti, un’attenta osservazione su usi e costumi della civiltà antica e di un territorio che dalla pianura sfuma fino al mare.

Il percorso artistico di Dario Delpin, fin dagli inizi, si è nutrito di tutto questo, del paesaggio rurale friulano, della laguna gradese e di una vita contadina che oramai non esiste più, ma ben presente nei suoi ricordi. Gli insegnamenti del padre Francesco, acquarellista, degli artisti Paride Castellan e Pietro Annigoni, accanto alle affinità intellettuali con Biagio Marin e Celso Macor hanno segnato in maniera decisiva la sua ricerca, quel vivere e sentire l’ambiente circostante come qualcosa di imprescindibile dal proprio fare arte.

Dario Delpin ha scelto di raccontare, attraverso la pittura e l’incisione, un mondo antico e poetico, ma non per questo meno duro e faticoso, un universo rurale privo di fronzoli e orpelli, onesto, come onesta è la sua arte, da sempre fedele a se stessa, lontana da mode e facili entusiasmi, dove il recupero della memoria si tramuta in scenari conosciuti, abituali, a volte quasi scontati, eppure così evocativi e densi di storia e significato.

Di Delpin sorprende la vastità della produzione e la grandezza del formato delle opere, soprattutto nelle tecniche incisorie dove i numeri si fanno decisamente importanti; si contano più di cinquecentocinquanta lastre incise in quarantacinque anni “sulle quali l’artista interviene con gesto sicuro, modulato, ricco di variazioni, elevando l’appunto vissuto, la notazione naturalistica, a paradigma lirico fuori dal tempo” per usare le parole di Licio Damiani.

Acquaforte, acquatinta, puntasecca, bulino, xilografia, si alternano o, come accade in diversi esemplari, convivono sulle superfici che restituiscono una trama fitta, un gomitolo di intrecci, in alcuni frangenti rigorosi e netti, in altri dal segno libero e corsivo, ammorbidito da effetti vellutati e da chiaroscuri che mettono in evidenza l’abilità tecnica di Delpin anche nel trovare e sperimentare nuove soluzioni originali.

Cesti, panieri, sacchi e damigiane, gabbie, utensili da cucina, scarpe e zoccoli da lavoro, ma anche viti e sequenze di gelsi scabri ai bordi delle strade, rientrano nella tematica della “campagna”; la meraviglia e lo stupore generati dalla visione delle cose di ogni giorno, dal gesto ripetuto del lavoro manuale che richiede pazienza e la lentezza indispensabili per realizzare un prodotto duraturo e di qualità. Sia che si tratti di descrivere lontani momenti di vita agreste, sia le atmosfere rarefatte ed irreali della laguna, dove il tempo sembra sospeso, Delpin riesce a far parlare l’oggetto e far risplendere di luce propria il contesto, merito di una manifesta sensibilità per gli eventi minimi, normali si potrebbe dire, che scandiscono però le vite di ognuno di noi quotidianamente, e di un uso sapiente dei suoi mezzi espressivi.

Si tratta proprio del fascino discreto delle cose ordinarie. Batele a riposo “tra dossi e tra lame”, tra “fiuri de tapo” e casoni, mentre le reti sono lasciate mollemente ad asciugare al sole: Delpin riconsegna un mondo d’acqua, di sabbia e di luce, di canneti e di barche, di apparente abbandono e, come evidenziato da Biagio Marin, “questa realtà non si può rappresentare senza un grande amore e senza un grande studio e anche senza un delicato continuo lavoro di traduzione in segno o in colore di ciò che per suo modo di essere è quasi inesprimibile”. 1 Attraverso opere di ampio respiro dal disegno robusto e dalle campiture luminose, Dario Delpin riesce a trasmettere lo stupore e l’emozione provati, lo straniamento malinconico generato dalla laguna e dalle sue acque fisse, la passione per la sua bellezza primordiale, inusuale, suggestiva.

Inducono, infine, ad altre considerazioni la serie delle “carceri”, incisioni ispirate alle “Carceri d’invenzione” di Piranesi realizzate tra il 1745 e il 1750. Delpin riprende gli elementi architettonici, le volte, le scale, gli spazi immensi eppure claustrofobici e labirintici indagati dall’artista veneto, in cui però inserisce gabbie vuote sospese, voliere in sequenza accatastate, elementi già presenti in alcune incisioni dedicate alla campagna. In questo contesto però, rafforzano l’aspetto frammentario e disarticolato della composizione che trova, nei lampi di luce che filtrano attraverso la grata come saette nella notte, il suo punto di fuga. Il segno è secco, teso, con momenti di squisita finezza nella definizione dei particolari, il chiaroscuro è intenso e severo, a sottolineare l’intonazione quasi drammatica dell’insieme, reso ancor più unico e prezioso dalla stampa su carta antica proveniente da libri mastro del Settecento.

 

Cristina Feresin

gennaio 2020

 

 

 

 

 

 

1Dalla lettera di Biagio Marin a Dario Delpin scritta in occasione della presentazione della cartella “Laguna” pubblicata nel 1983 dal Centro Internazionale della Grafica di Venezia.

 


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