PAROLE INCISE DI TERRA E DI LIBERTA' - Patrizia Foglia, 2015

Un romanzo dedicato alla terra, alle proprie origini, un testo scritto non con le parole ma con la vivacità straordinariamente graffiante della punta sulla lastra, degli acidi che la corrodono, del colore che rende vivace l’immagine stampata. E’ questa l’opera di Delpin, un canto a tratti triste, drammatico, riflessivo, un canto rivolto ai suoi antenati, a chi ha saputo vivere quotidianamente delle fatiche della terra e del mare, a chi ha messo in secca le barche, abbandonato le scarpe fuori dall’uscio, nei freddi inverni friulani. Il vento muove le fronde degli alberi, il sole lambisce viottoli di campagna dove qualche contadino, su con l’età, ha appena raccolto i frutti del suo duro lavoro, di mani e di sapienza antica. Il tempo si ferma nelle lunghe giornate assolate, quando i girasoli si mettono in mostra, offrendosi al sole, quando i melograni, simbolo di concordia e di fecondità, hanno i grani rubei, succosi e i cachi, quelli di Gervasio, morbidi e zuccherosi, attendono solo di essere colti e riposti nella cesta.

Alla scuola di Paride Castellan Delpin approda dopo aver già fatto la sua scelta di vita, dopo aver capito che la strada è quella intrapresa dal padre Francesco, l’arte come unica e insostituibile musa. La terra, le proprie radici sono alla base della ricerca poetica e artistica di Castellan, al quale Delpin resta legato per quasi vent’anni, dal 1971 al 1888, alla morte del pittore. C’era nelle sue opere la tradizione macchiaiola, appresa a sua volta dal maestro, Luigi Michelacci, ultimo di quel gruppo di artisti che seppe interpretare la realtà negli anni della nascita dell’identità italiana come popolo e come cultura. Il paesaggio è il padre dell’arte moderna, dalla natura è nato l’affrancamento dalla tradizione accademica e dalle sue regole vincolanti. Nella descrizione delle cose reali, nella rappresentazione di una delle località lungo l’Isonzo, delle terre toscane o delle località tunisine colte in uno dei suoi viaggi, resta in Castellan qualcosa di “altro”, come se il paesaggio diventi parte della propria interiorità, parlando di chi dipinge prima che essere documento. Da questo artista, molto più di un maestro, Delpin ha raccolto questa eredità, questa capacità di parlare di sé attraverso le cose e la natura. Nella acque calde della laguna nasce anche l’amicizia intensa con Biagio Marin, cantore di Grado, il suo piccolo nido, e delle sue acque, terra quasi al confine, aperta al mare ma nello stesso tempo trattenuta alle spalle dalla laguna, importante luogo di cura marina dell’impero asburgico poi della nuova Italia.

Le opere di Delpin non sono delle istantanee, non sono semplici raffigurazioni del dato reale: appaiono come simboli della sua tensione politica, che si interroga sull’esistenza di ogni singolo individuo nella società moderna, una iconografia di segni che rimanda al pensiero, alla passione, alla lettura personale della storia del secondo novecento. Marin lo ha educato a questa partecipazione e lui ha saputo farsene carico, senza tuttavia indugiare in una rappresentazione polemica, aggressiva, gridata. Basta ripercorrere il cammino sino ad oggi compiuto, rivedere le opere che dalla giovinezza alla maturità lo hanno portato a parlare attraverso oggetti latori di messaggi altri. C’è nelle sue opere da subito il richiamo del tempo, il richiamo della povertà che nelle sue terre fu profonda e dura, l’anima di una storia sofferta e nello stesso tempo affrontata con dignità, mai con rassegnazione, forse velata di malinconia.

E’ dalla vita arcaica della laguna, quella della pesca e del mare azzurro, che parte la ricerca: il suo Pescatore, del 1982, guarda assorto lontano, guarda quel mare che lo aspetto amico e nello stesso tempo ostile, pronto a ribellarsi e a trattenere le sue ricchezze. Le lagune durante l’inverno sono silenziose, poetiche immagini che lasciano trasparire fatiche e lamenti. Delpin sa che il suo mondo è stato e sarà quello della vita, semplice ma sincera, del lavoro, in mare o nei campi. Ecco allora molte opere dedicate alle attività rurali, la raccolta dell’uva in Contadin che cunza lis viz del 1995, acquaforte e acquatinta acquerellata dalla forte carica espressiva. Fanno da eco gli interni nelle cantine, dove si completa il lavoro del campo. La cantina è uno spazio vissuto, un luogo di ricovero di oggetti e di fatiche, dove alla sera si ripongono gli attrezzi ma anche gli indumenti, la divisa quotidiana fatta di scarponi, che si ritrovano a conversare tra loro, come vecchi nelle piazze del paese, le pieghe del cuoio come rughe sui volti. In cantina troviamo anche il passato delle vecchie case, ciò che non si vuole buttare, troppi i ricordi: oggetti, mobili, vecchie pentole, voci dalla memoria.

Tra le opere della prima produzione degli anni ottanta e novanta si trovano anche le donne in campagna, la presenza delle madri e delle spose che avevano intonato nel tempo passato canzoni nostrane, pregato sotto il sole accecante. Gli ombrelloni solitari nelle spiagge d’inverno fanno a contrappunto ai colorati girasoli, “le esplosioni di girasoli” come ebbe a scrivere Elio Bartolini, nel 1994. Più giovane, alla fine degli anni settanta, aveva affidato alle lastre volti appena tratteggiati di vecchi e contadini, scorci di lagune e di città, motivi che rimarranno costanti in una percorso attraverso il quale ha saputo interpretare il suo tempo rimanendo tuttavia fedele al suo incontaminato mondo di valori.

I filari di alberi ci accompagnano nella ricerca dell’uomo: ci incamminiamo lungo il Viale dei gelsi sicuri che la sincerità con la quale Delpin li ha ritratti non ha nulla di scontato, nulla di monotono e ripetitivo. Lui è ancora stupito davanti alla grandezza mirabile della vita e con essa della grandiosità dell’uomo che l’ha saputa permeare, plasmare, che ha saputo farne parte senza violentarla, ferirla. Per lui la natura è ancora e resterà un mistero affascinante nel quale riporre gli interrogativi ultimi dell’esistenza.

Io sono rimasto con te, nel mondo perduto da bambino…nella tua casa, contadino, mi hai dato ciò che avevi di più bello: parafrasando una poesia di Celso Marcor si comprende subito la portata poetica di molte opere di Delpin, nelle quali i segni sapientemente tracciati dialogano con i soggetti ritratti portandoci in una dimensione atemporale, quasi inesprimibile.

Ma Delpin va oltre: nelle sue opere entra prepotentemente il gioco l’interrogativo di ognuno di noi: siamo davvero liberi oggi? Una mostra di Giovanni Battista Piranesi negli anni settanta a Venezia lo colpisce profondamente, resta affascinato dalla modernità di quelle tavole. Le Carceri, opera inquietante, aggressiva, discussa, sulla cui interpretazione molti hanno scritto, possono essere considerate una fuga di Piranesi dalla realtà, un modo di descrivere un passato in rovina, avvolto dall’oscurità, ove si intravvedono uomini, simboli, allegorie, luoghi rivisitati interiormente, che appartengono alla creazione più che alla descrizione oggettiva. Nella serie delle Carceri cui Delpin ha atteso in questi ultimi anni vi è una personale interpretazione dell’opera piranesiana. La libertà è il soggetto di queste incisioni nelle quali a carcere si contrappone carcere, a costrizione altra costrizione. Gabbie richiuse entro altre gabbie riempiono quasi ossessivamente lo spazio della lastra nel quale le pareti del carcere fanno da sfondo. Emblematica la tavola intitolata Carceri X, nella quale protagonista indiscussa è l’assenza di libertà, l’impossibilità di fuggire, seppur concesso i il guardare al di là. Le sue sono carceri create e carceri desiderate, gabbia entro le quali ci si rinchiude volontariamente perché il vuoto spaventa, al libertà lascia troppo spesso senza parole e contenuti, legati quali siamo a convenzioni ambigue quanto ipocrite. Le gabbie di Delpin sono vuote, particolare curioso, chiuse ma vuote.

Anche i cesti, presenti nella sua produzione da subito, elementi legati al raccolto, al mondo rurale così come a quello del mare, sono tuttavia composti da intrecci, più o meno serrati, intrecci che legano più che avvolgere. Chi pensava di rinchiudere o liberare Delpin? Chi è stato rinchiuso dalla nostra storia contemporanea in gabbie di metallo? Ognuno di noi possiede una sua gabbia, che scende da architetture caduche, consunte dal tempo. Le gabbie pongono interrogativi irrisolti. Negli interni del carcere la luce penetra attraverso una grata, una finestra sbarrata, un altrove indefinito. C’è sicuramente in queste opere la consapevolezza della difficoltà dei nostri tempi, di un Novecento che ha visto profuganza, deportazioni, miserie, persecuzioni. Nei giorni dell’oggi continuano ad esserci le privazioni della libertà se non vicino a noi certo davanti ai nostri occhi, gente che fugge alla ricerca della libertà, parola che ha animato l’intera esistenza dell’uomo, che ha mosso a gesta eroiche e martirii. “Libertà va cercando” Dante nella sua Commedia presentato a Catone che preferirà la morte pur di non perderla. Il sommo poeta fuggiva dal male, che è proprio dell’uomo che si impone sull’uomo e che è invece lontano nella lentezza della vita contadina, nella semplicità dei giorni trascorsi con il ritmo della natura, nella sincerità dei sentimenti più veri, quelli familiari, dell’amicizia, della solidarietà.

Dal punto di vista tecnico Delpin spazia dalla calcografia, sperimentando tutte le sue molteplici possibilità, alla silografia, arte arcaica che permette di lavorare il legno, elemento naturale per eccellenza. Così facendo la tecnica gioca con il soggetto ritratto e con il colore, a volte scelto per esaltare segno e poetica.

Negli interni di bottega, nei quali abili mani artigiane plasmano il ferro, modellano un calzare, lavorano la pietra o mesciano il vino, troviamo il nostro nel suo spazio vitale, lontano dalle angherie di questo tragico orizzonte umano. Troviamo il sapore vero che Dante andava cercando peregrinando tra le pieghe a volte brutali, meschine della coscienza umana. Dai campi soleggiati, dagli arenili solitari, Delpin si muove verso una sempre maggiore consapevolezza di sé e del suo operare, un crescente bisogno di confrontarsi con la grande tradizione incisoria dei secoli passati, con i maestri indiscussi che hanno fatto di questa meravigliosa arte, insieme mestiere e mistero, una tra le più alte espressioni creative. Come i suoi maestri, gli artisti e i poeti che lo hanno ispirato e incoraggiato, Delpin ama il suo mondo e vorrebbe che fosse esempio per chi non sa più scegliere il volo libero della verità e della franchezza.

Le memorie segnano l’anima e portano in alto alla ricerca di risposte ultime e vere ad interrogativi ancestrali e irrisolti: entrare nelle cose, nell’infinito senso delle cose, ecco la strada intrapresa da Delpin, il solco tracciato dai suoi mentori, quella via illuminata dal calore del sole o appena visibile nella bruma lagunare che porta al di là del carcere, al di là della gabbia, che permette di attendere, seduti davanti al mare, il sorriso dolce di un’anima amica. La sua grafia è quindi scrittura poetica, diario dell’anima, racconto autobiografico e nello stesso tempo antropologico in cui è rintracciabile il senso dell’eterno proprio delle nelle cose quotidiane, del vento lieve, della neve, del raccolto.   



Fotogallery


Pagine correlate


© 2013 Delpin Design s.a.s. di Dario Delpin & C. | P.iva IT00556780310
Tutte le immagini e i marchi presenti in questo sito sono di proprietà e coperti da diritto d'autore


project Crisalide design studio