Ritratti d'arte

Quel giorno ero emozionato, ma cercavo di nasconderlo, anche a me stesso. Ero felice, eppure avevo mantenuto gelosamente il segreto. Ero impaurito, malgrado ostentassi una disinvoltura da “uomo vissuto”. Avevo voluto ascoltare ciò che i miei venticinque anni mi avevano suggerito con insistenza: osare, provare, cercare con un pizzico d’incoscienza e di temerarietà una strada nuova. E per alcuni mesi avevo continuato a riflettere, a rimuginare su quell’incitamento, così insistente da diventare quasi un’idea fissa. “In fondo, che avevo da perdere?” mi ripetevo quel giorno, forse per darmi coraggio! Ma, stranamente, quella miscellanea d’insolita eccitazione e di stati d’animo contraddittori, alimentavano una determinazione fino allora sconosciuta.
Quel giorno inauguravo la mia prima mostra, trent’anni fa.

Nessun accenno agli amici che conoscevano la mia passione per colori e pennelli, nessuna richiesta d’aiuto o consiglio a mio padre, anche lui pittore; avevo voluto organizzare tutto in assoluto silenzio e solitudine. Era una scelta che sentivo importante e volevo farla da solo.

Per la prima volta esponevo i disegni, le chine e gli acquerelli, scelti tra i tanti lavori che avevo eseguito nei cinque-sei anni precedenti, ma sapevo perfettamente che stavo presentando soprattutto me stesso, forse, per molte persone, un “nuovo”, o un “altro” me stesso, fatto di sensazioni, d’incertezze, di sensibilità che erano state solo private, intimamente solo mie. Io, così schivo e riservato, avevo deciso di affrontare gli sguardi e i giudizi della gente e degli esperti, forse perché mi sentivo pronto a comunicare con un mezzo nuovo, a me più consono e ad offrire e condividere con gli altri la gioia che la pittura mi dava.

Dopo trent’anni di attività e un’ottantina di esposizioni dovrebbe subentrare una sorta d’abitudine, di esperienza, di pratica: ma non è così. Ogni volta c’è un po’ dell’emozione, del timore di quella prima mostra di cui cullo il ricordo con tanto affetto. Ogni allestimento è una storia a sé e qualcosa è sempre diverso: il luogo, la gente, il tempo, il mio stato d’animo.
L’impostazione di questo libro, che non ha il consueto impianto del catalogo, ma presenta un taglio più intimista e fortemente autobiografico, nasce da una riflessione provocata da quella dolorosa esperienza della vita umana che è la perdita di una persona cara. Ci sono, infatti, circostanze e vicende tristi che ci costringono a meditare, fermano il ritmo sempre incalzante del quotidiano, bloccano di colpo quel futuro verso il quale siamo proiettati con i nostri progetti ed impegni e ci obbligano a voltarci, a guardare cosa e, soprattutto chi, abbiamo lasciato alle spalle. Improvvisamente ci sentiamo più soli e un po’ ingrati, facciamo i conti con la nostra anima e ci chiediamo se abbiamo espresso sufficiente riconoscenza a tutte quelle persone che ci hanno amato, aiutato, e che hanno inciso più o meno profondamente sulla nostra vita e sul nostro lavoro. Pensiamo sempre di avere tutto il tempo per farlo, e poi, improvvisamente, quella presenza non c’è più e si rimane nel dubbio di non aver fatto o detto abbastanza.

Sulla base di questo pensiero, il mio scritto vuole essere, in primo luogo un sincero ringraziamento, un indistinto omaggio, a tutti coloro che ho avuto il piacere d’incontrare e di conoscere in questi trent’anni di pittura: artisti, critici, scrittori, giornalisti, amici, persone comuni che hanno saputo, con la loro cultura o con la loro sensibilità, imprimere un segno o un ricordo, svegliare un interesse o suscitare un’emozione nel mio spirito e quindi, nella mia arte. E poi, attraverso aneddoti, curiosità e ricordi privati desidero rendere onore ed esprimere viva gratitudine ad alcune persone che sono state fondamentali nella mia preparazione e maturazione artistica e di cui ho avuto la fortuna di poter apprezzare anche le qualità umane.

Il cammino tra i meandri della mia memoria inizia con la figura “artistica” che sin da piccolo mi è stata accanto: mio padre Francesco, dal quale, un po’ per genetica, un po’ per insegnamento, ho appreso le nozioni fondamentali del disegno, la prospettiva, la composizione dei colori. Ancora oggi, lo invidio quando guardo la sua mano sicura (nonostante i suoi ottantasei anni) che acquerella il foglio e crea con due pennellate disinvolte e veloci dei piccoli capolavori di trasparenza ed essenzialità.

Presenziò ad una mia mostra solo due anni dopo l’esordio, nel 1977. Probabilmente pensava che la passione artistica fosse passeggera e in cuor suo temeva un mio eventuale abbandono, ma, la determinazione e costanza che avevo fino allora dimostrato lo convinsero più di ogni altra spiegazione. Ero a Gradisca quell’anno, presso la vecchia sede dell’enoteca Serenissima, dove tuttora vengono allestite varie mostre di pittura e non avevo un critico, un nome importante che illustrasse le mie opere e così il cav. Alfredo Calligaris, persona conosciuta a Romans e amico di mio padre, si offrì di presentarmi, ma in modo spontaneo, senza tecnicismi e parole ridondanti. Ricordo che guardando i miei quadri, concluse così il suo breve intervento: “La sclésa non va lontan dal sòc” (1) con la genuina saggezza che solo i proverbi possiedono, riuscì ad offrire, contemporaneamente, un riconoscimento al lavoro mio e del mio genitore.
La campagna, i cortili delle case contadine, le montagne carniche, la laguna gradese e il Collio cormonese, erano le nostre mete preferite, ma anche le rocce carsiche e i viali alberati di Gradisca, arrossati dall’autunno, ci vedevano spesso dipingere, seduti per terra, circondati dagli inevitabili capannelli di curiosi, attirati da quell’insolito siparietto familiare. Non rinunciavamo mai alle nostre uscite, anche quando faceva freddo ed ero costretto a bruciare la cenere in un vecchio stampo da dolci, per scaldare ed asciugare la carta bagnata degli acquerelli.

Fu mio padre a presentarmi Paride Castellan nell’estate del 1971. Come ricordavo in precedenza, Grado era una delle nostre destinazioni privilegiate: le calli incuneate tra gli edifici in pietra del centro storico ci offrivano sempre motivi nuovi e angolazioni suggestive, anche se la laguna suscitava la maggiore attrazione. E l’incontro con colui che, anni dopo, divenne il mio maestro, avvenne proprio a Primero, località della cittadina lagunare, dove si trova un villaggio di pescatori. Nella stagione calda, infatti, Paride lasciava la Firenze afosa, si trasferiva a Gradisca, e poi, con il motorino, raggiungeva Grado. Non frequentava il centro, caratteristico, ma troppo affollato per i suoi gusti. Paride amava dipingere a Primero, ne apprezzava il silenzio, la naturalezza, la luce, i pescatori, i casoni che animavano quel luogo un po’ fuori mano, frequentato però da diversi artisti, anche non locali.

Avevo poco più di vent’anni quando conobbi quel sessantenne scorbutico, dal forte accento toscano e dai modi sbrigativi, che usava i colori ad olio e disegnava a china con una padronanza che mi lasciava a bocca aperta e sapeva guardare come io non sapevo fare. Nei primi anni le nostre frequentazioni furono sporadiche e mancarono quindi le occasioni di un continuo confronto, anche se non ebbi alcun timore a mostrargli i miei quadri. Non fu generoso nei suoi giudizi, tutt’altro: fu terribilmente severo e impietoso. Provai sconforto e delusione per esempio quando venne nel mio primo studio a Gradisca, un locale in affitto, piccolo e buio. Gli mostrai circa un’ottantina di lavori, tra disegni, acquerelli e chine: ne scelse uno solo e, pure quello, con scarso entusiasmo. “Qui ti sei stancato” sentenziò, indicando le parti “deboli” del mio operato, “devi lavorarci sopra”.

Non era espansivo Paride, ma alle critiche inflessibili sapeva aggiungere sempre un insegnamento costruttivo, un consiglio utile, un incoraggiamento stimolante. Ed è proprio del 1971 un piccolo disegno a china con due alberi: uno mio, uno di Paride. Ancor oggi ricordo il suo monito: “Osserva, osserva con attenzione le cose. Penetra con lo sguardo l’oggetto che hai davanti, non stancarti di osservarlo, poi sarà più semplice, una volta impresso in testa”.

Un po’ alla volta mi sono staccato da mio padre: l’acquerello è la tecnica più difficile, dove il bianco non esiste, dove gli eventuali errori non si possono correggere; è una tecnica delicata, trasparente, proprio come l’acqua. Paride, invece, mi spingeva a sperimentare l’olio, il metodo dell’arte classica, la tecnica pittorica eterna. Non ho fatto scelte immediate e drastiche ma ho lasciato che le cose maturassero un po’ alla volta. Iniziai a frequentare il suo studio a Firenze dove mi recavo in treno nei fine settimana. In silenzio, lo guardavo dipingere, ascoltavo i suoi suggerimenti, cercavo di filtrare e analizzare le cose che vedevo. Andavamo a mangiare “Da coraggio”, così Paride chiamava una trattoria casalinga che richiedeva, per l’appunto, un bel coraggio per entrarci, frequentata, com’era, da balordi e gente di strada. Ma la cucina era semplice e i prezzi onesti e Paride, che nella sua vita ha sempre vissuto solo ed esclusivamente con la sua pittura, era molto attento e ponderato nelle spese.
A Firenze passavo ore e ore nei musei ad ammirare i grandi del passato o visitavo le mostre di artisti contemporanei. I miei sabati e domeniche erano un full immersion artistico. Spesso, quando la distanza c’impediva di incontrarci, Paride mi scriveva una cartolina e dopo i saluti di rito mi ripeteva sempre la stessa frase: “Lavora, lavora, lavora”.

Quando feci la sua conoscenza, era un pittore già affermato a Firenze, ma non sapevo molto di lui, della sua vita, della sua formazione artistica. Mi piaceva il suo modo di dipingere, mi piaceva stare con lui e ciò mi bastava. Solo più tardi seppi quanto fosse famoso (e modesto). Vi racconto un fatto significativo. Nel 1941 un quadro di Paride veniva scelto in una mostra collettiva allestita a Palazzo Pitti ed esposto, insieme ad altri due vincitori, sui cavalletti d’onore all’ingresso della mostra. Passò Vittorio Emanuele III, ex re d’Italia, vide il quadro di Castellan e lo comprò.

Paride non era a Firenze, stava dipingendo tranquillo lungo le rive dell’Isonzo quando vide il postino correre trafelato verso di lui, sbandierando qualcosa in mano. Il poveretto senza più fiato, era giunto di corsa dalla vicina Sagrado per consegnare il telegramma con la notizia del regale acquisto e ci vollero diversi minuti prima che si riprendesse e potesse aprir bocca. Paride, appresa la novità, imperturbabile replicò al messaggero esausto: “Che c’è di tanto strano? Ma almeno l’ha pagato?”

Solo approfondendo la nostra amicizia seppi che era stato allievo di Luigi Michelacci, a sua volta proveniente dalla scuola di Giovanni Fattori.

Non solo era (ed è) un grande pittore Paride Castellan ma per me che l’ho conosciuto, anche un grande uomo, quasi un secondo padre. Anche se non amava i fronzoli affettivi e aveva un carattere particolarmente spigoloso mi ha voluto molto bene, come ad un figlio.

Nel 1979, approfittando della presenza di alcuni parenti emigrati negli anni ’50 in Australia, allestii la mia prima mostra all’estero, a Adelaide e fu proprio uno scritto di Paride dell’anno precedente a guidare oltreoceano le mie opere, uno scritto da cui traspare la benevolenza del maestro, ma anche il rigoroso lavoro che pretendeva.

Dario Delpin è pittore nato perché dotato di larghe qualità istintive. Sa cogliere senza farsi troppe domande la serena poesia dei soggetti che predilige. Ma non gli basta. E pertanto pur non giocando con i vari “ismi” di moda per far del “nuovo”, sceglie la via più dura e più onesta: egli è impegnato con serietà a disciplinare e ad approfondire le sue qualità istintive. Egli sa che quando avrà raggiunto questa meta che si è prefissa, dovremo riconoscere in lui “qualcuno”.

Le “lezioni” di Paride, i soggiorni, anche se brevi, a Firenze, contribuivano a sviluppare le mie capacità artistiche naturali, ma influenzavano notevolmente anche le decisioni nella mia vita privata. Notavo che i gusti si affinavano, che prestavo maggior attenzione ai particolari e facevo con cura le mie scelte, anche personali. La pittura era ormai parte integrante della mia vita e non avrei mai rinunciato ad essa pur continuando a lavorare, a frequentare gli amici, le ragazze.

Con costanza e volontà continuavo a dipingere, fissandomi di volta in volta delle piccole mete da raggiungere. Arrivarono così la prima mostra a Venezia nel 1980 e a Firenze l’anno successivo. Con i miei quadri entravo in due città importanti e mi sembrava di toccare il cielo con un dito!

E a Firenze, soprattutto, avevo due buoni motivi per gioire! Paride era socio attivo della Società delle Belle Arti Circolo degli Artisti “Casa di Dante” di Firenze, uno dei sodalizi artistici più antichi della città. Fu grazie alla sua presentazione che la Società, dopo aver accolto la mia iscrizione già nel 1978, acconsentì all’allestimento di una mia mostra personale presso la prestigiosa galleria che si trovava accanto alla casa natale di Dante Alighieri. Erano trascorsi solo sei anni dalla prima esposizione a Gorizia, nei locali del “caffè Teatro”, e mi sembrava impossibile aver raggiunto Firenze, accompagnato dai miei quadri. Ma la mia euforia fiorentina era solo agli inizi. Pochi mesi più tardi, toccai l’apice della felicità quando Paride mi annunciò che avrei conosciuto un suo carissimo amico e grande pittore: Pietro Annigoni.

Parlare di Annigoni oggi mi sembra uno strano gioco del destino perché mentre cerco di rivivere e descrivere le emozioni di allora, ripercorrendo i momenti, le impressioni, i timori di quell’incontro, il grande Maestro è a poca distanza dal mio studio. Infatti, solo una settimana fa è stata inaugurata una mostra delle sue opere presso la Polveriera Napoleonica di Palmanova che dista pochi chilometri da Versa e, ovviamente, non ho voluto mancare all’inaugurazione dove ho avuto il piacere di conoscere e parlare con il figlio Benedetto.

E’ difficile spiegare cosa rappresenti Annigoni nella mia vita e dico “rappresenti” e non “ha rappresentato”, usando il verbo al presente, perché la figura del Maestro continua ad essere viva e attuale.
Sulla pittura di Annigoni è stato scritto tanto e certamente io non posso dire nulla di originale, credo solamente che sia stato un pittore con la “P” maiuscola, un artista le cui opere non hanno tempo e collocazione storica. La famosa frase di Bernard Berenson, storico dell’arte e scrittore statunitense, riassume a meraviglia quella che è la convinzione comune degli estimatori di Annigoni: “Pietro Annigoni, non solo è il più grande pittore di questo secolo, ma è anche in grado di competere alla pari con i più grandi pittori di tutti i secoli” e “… rimarrà nella storia dell’arte come il contestatore di un’epoca buia…”.
Conoscere Annigoni è stato il regalo più bello di Paride. Si conoscevano da molti anni, abitavano ambedue a Firenze, entrambi pittori, praticamente coetanei (Annigoni del ’10, Castellan dell’'11), da giovani avevano vissuto gli stessi ambienti, poi la notorietà aveva reso il primo più difficile da frequentare, anche se non per sua volontà.

Paride desiderava molto ritrovare il suo vecchio amico: erano più di vent’anni che non si vedevano e voleva ardentemente presentarmelo, per farmi comprendere non tanto la grandezza del pittore – che mi era ben nota – quanto quella dell’uomo che la celebrità non aveva intaccato. Nello studio di via degli Albizi, accolti da Palmiro, il fedele segretario del Maestro Annigoni, ebbi la conferma di ciò che Paride mi aveva anticipato. Era un uomo dai modi gentili e grande disponibilità, che si abbandonava volentieri ai ricordi che condivideva con il mio Maestro, dimostrava sincero interesse per i nostri lavori e non era parco di consigli e incoraggiamenti. Non mi pareva vero poter essere nel suo studio, tra tanti disegni e lavori preparatori dei suoi famosi affreschi e di quella visita così appassionante ho anche un ricordo buffo.

Uno scolapasta colpì la mia attenzione perché ovviamente, mi sembrava un corpo estraneo in quei locali, ma nulla era casuale nello studio di Annigoni. Anche quell’attrezzo solitamente d’impiego culinario, aveva raggiunto, tra le mani del Maestro, il suo momento di gloria. Il colino era diventato una cupola in miniatura, precisamente la cupola della chiesa di Ponte Buggianese e Annigoni aveva disposto all’interno i vari bozzetti delle figure che, ancor oggi, si possono ammirare affrescate nella chiesa di quel paese.

Mi invitò a tornare ed è facile immaginare la mia contentezza, di fronte a tanta generosità e cordialità. Ho anche un ricordo tangibile di quella visita memorabile: Annigoni mi regalò e dedicò in quell’occasione una sua grande litografia (“La paura”). Credo di aver “volato” lungo le quattro rampe di scale che separavano il suo studio dalla strada, tanta era la mia felicità!

Visitai il Maestro altre tre volte e gli feci dono di una mia incisione per la quale ebbe parole di elogio molto gratificanti. Volle fare uno “scambio”, come si usa tra i pittori “alla pari” e mi offrì una deliziosa “sanguigna”. Rimasi senza parole.

Desideravo seguirlo nella preparazione dell’affresco che stava preparando, nella biblioteca della basilica di S. Antonio a Padova: mi affascinava quella tecnica antica e un po’ dimenticata e in cui lui, invece, eccelleva. Purtroppo non riuscii ad attuare quel proposito a causa di impegni improvvisi. Mi dispiacque tantissimo anche perché fu l’ultimo lavoro del grande Maestro: ben presto si ammalò e morì nell’ottobre del 1988. Solamente quattro mesi prima era deceduto, dopo una lunga malattia, Paride Castellan. Avevo perso in pochissimo tempo due delle mie guide artistiche e spirituali.

Il distacco fisico causato dalla morte non mi ha mai impedito di perseverare nell’uso dei loro insegnamenti, nel custodire i ricordi e ammirare le loro opere. Anche negli anni successivi ho continuato a “osservare, osservare” e “lavorare, lavorare” come mi spronava a fare Paride e a percorrere una mia strada artistica, senza subire condizionamenti esterni, come mi aveva suggerito Annigoni.
E nel periodo successivo mi cimentai anche con quella tecnica che non ero riuscito a condividere con lui. Realizzai degli affreschi, piccole cose, alcune su commissione, ma che mi diedero tanta soddisfazione. Avevo preso contatto con un collaboratore di Annigoni che viveva a Rimini, e grazie alle sue indicazioni ero riuscito ad attuare un desiderio nutrito da tempo.

Il piacere di ammirare le opere dei due grandi pittori e amici non è mai venuto meno, tutt’altro. A Padova, ad esempio, dopo aver visto gli affreschi del Maestro nella basilica del Santo, ho avuto il permesso di ammirare anche quelli che si trovano nel refettorio e nella biblioteca e che non sono accessibili al pubblico, così come ha meritato una visita la chiesa di Ponte Buggianese nei pressi di Pistoia o il Convento di S. Croce a Firenze.

Se mi trovo nella città toscana, per lavoro o per svago non manco mai di fare visita agli amici di Paride, che sono stati anche la sua famiglia: Daria, Enrico e Simonetta, divenuti poi molto cari anche a me e ad Alessandra. Conservano con geloso affetto diversi quadri, bellissimi, di Castellan, opere che conosco a fondo, che non mi stanco mai di guardare e che sono una sosta obbligata durante i miei soggiorni fiorentini, quasi come le stazioni di un religioso pellegrinaggio.

Il desiderio di recuperare e possedere alcune tele del mio Maestro, si concretizzò anni addietro, nel 1997. Un fatto importante, quanto inconsueto, movimentò l’estate del litorale triestino: il Principe Torre e Tasso metteva all’asta gli arredi del suo castello di Duino. L’evento attirò moltissime persone italiane e straniere, esperti d’arte, antiquari, collezionisti, semplici curiosi che seguirono le tornate d’asta succedutesi per diversi giorni. Approfittai pure io dell’occasione per visitare lo splendido edificio, godere della vista del giardino e del mare su cui si affaccia il castello. Con mia gran sorpresa, scorrendo nel catalogo l’indice dei nomi degli artisti di cui erano in vendita opere, trovai anche Paride e non esitai un attimo a partecipare all’asta pur di aggiudicarmi due vedute di Grado, ad olio. Inevitabilmente, anche ora, guardandole, il pensiero torna indietro nel tempo e al nostro primo incontro a Primero, quel luogo così particolare e affascinante che aveva attirato anche un’altra persona autorevole che ho avuto la fortuna di conoscere: Biagio Marin, il Poeta del dialetto gradese.

Non si sono mai conosciuti personalmente Paride e Biagio, anche se sapevano l’uno qualcosa dell’altro e un particolare li accomunava: il casone di Chichin.

Francesco, detto appunto “Chichin” era un pescatore, piccolo di statura, con le mani grosse e rugose, la pelle bruciata dal sole e nel periodo estivo abitava e lavorava a Primero, in un tipico casone della laguna di Grado. Sulla facciata di quella costruzione, sopra la porta d’ingresso, Paride aveva dipinto un ragazzo che seduto sulla spiaggia, guardava il mare calmo davanti a lui. Una rete da pesca, faceva da cornice allo stipite della porta e si agganciava ad un foglio su cui erano tracciati alcuni versi di una famosa poesia di Biagio Marin, dedicata a Grado. Il tutto era ovviamente dipinto: rete, foglio, parole…

Paese mio
picolo nio
e covo de corcali
Pusao lisiero sora un dosso biondo
per tu de canti ne faravo un mondo
e mai no finiravo de cantali (2)

Era il 1983 e chiesi ad una persona di Grado, che si occupava d’arte, di illustrare i miei lavori, avendo eseguito alcune incisioni con scorci lagunari, batele, reti al sole, isolotti che mi sembravano particolarmente riuscite e meritevoli di essere esposte. Ma con grande sorpresa, rifiutò e m’invitò ad andare da Biagio Marin per la presentazione. Conoscevo il Poeta e i suoi versi ma provavo un estremo disagio e molto riguardo nei suoi confronti, forse influenzato da quelle voci che lo descrivevano come una persona dal carattere difficile. “Vai, senza paura“ – mi disse la persona che avevo interpellato – “Biagio è contento di avere contatti con i giovani che leggono e apprezzano le sue poesie”. Mi fidai del consiglio e fissai un appuntamento. Era la fine di febbraio e quando entrai nello studio del Poeta il sole inondava la stanza, un sole che mi sembrava più forte di quello che avevo visto arrivando, forse raddoppiato dal riflesso nel mare che si poteva contemplare dalla finestra. L’ambiente era ricco di libri e mi colpirono due vetrine piene di conchiglie, di varie fogge e colori. Quasi certamente attirarono la mia attenzione, perché poco tempo prima avevo realizzato una serie di incisioni con quel tema, e furono quegli oggetti, così a lungo studiati da diventarmi familiari, che mi aiutarono a sciogliere un po’ la tensione dell’incontro. Avevamo qualcosa in comune, anche se, in quel momento erano solo delle conchiglie…..

Marin parlava molto, chiedeva continue informazioni sul mio lavoro, sui quadri di mio padre, di Paride, e si dimostrò sinceramente affabile, rivelando una curiosità vivace come quella di un bambino, in netto contrasto con la sua età (al tempo del mio incontro aveva ben 92 anni!).

Rincuorato dalla sua benevolenza, andai varie volte a trovarlo e gli mostrai le mie incisioni chiedendogli la sua presentazione per una cartella di grafica, a limitata tiratura, in cui volevo inserire anche una sua poesia in dialetto gradese. Ebbi l’assenso alla pubblicazione e il grande piacere di ricevere una sua lettera che è redatta in italiano e non nella parlata locale, ma è uno scritto di una lucidità emotiva e bellezza disarmanti, che mi sovviene alla mente tutte le volte in cui, percorrendo il tratto di strada da Belvedere a Grado, nelle giornate soleggiate sono investito prepotentemente da quella luce che lui così bene seppe descrivere.

Sono trascorsi più di vent’anni da allora, ma voglio riportare integralmente quel testo, perché è sempre attuale e desidero condividerlo con i lettori di questo libro.

Caro Delpin,
sono lieto di averLa conosciuta, di aver sia pur solo intraviste alcune Sue stampe, ma soprattutto sono lieto di dirLe che il suo amore per la laguna di Grado è la delicata realtà che essa incarna, una realtà soprattutto di luce, perché mare e cielo sotto il grande sole in una libertà di illuminazione che raramente si può vedere altrove costituiscono le condizioni di un continuo miracolo creativo.
Pochi sono gli elementi che si oppongono, o almeno che integrano il mare della luce; qualche argine, qualche isolotto, qualche dosso di rena. Ma tutto in una musica continua, in un andare e venire delle acque e un continuo mutare della luce. Anche un gruppo di capanne di paglia su un breve isolotto vengono sfinite nella grande luce. E che dire di un volo di gabbiani che si solleva dai fondali e lungo i canali rincorre in voli pazzi il pesce sotto le acque. E che dire delle erbe alte sugli argini dei cespugli di tamerici che pur isolati, danno al paesaggio ad un certo momento un tono più fondo, dicono cioè una parola che nel silenzio ventoso ha una suono e un’espressione particolare.
Naturalmente ogni barca, ogni sia pur piccola vela in quel mondo in continua trasfigurazione assume per l’incisore o per il pittore un valore quasi assoluto. Si tratta dell’opera umana che si oppone alla diffusa natura, quella grande luce tutto dissolvente; e allora l’occhio del pittore, l’occhio dell’incisore non possono non attardarsi su quella umana realtà che dà senso più profondo al fondale di luce.
Questa realtà non si può rappresentare senza un grande amore e senza un grande studio e anche senza un delicato continuo lavoro di traduzione in segno o in colore di ciò che per suo modo di essere è quasi inesprimibile.
Io sono persuaso che la capacità di ridare la luce sulle acque della nostra laguna, la luce sugli arginelli e sugli isolotti, la luce del nostro cielo infinito, implichi una ascesi spirituale di molti anni per essere trasferita umanamente dalla realtà sulla carta.
Credo di poter farLe l’augurio di arrivare dopo lunga ascesi a dare voce umana a questo paradiso.

Il legame con la laguna non si allentò mai nel corso degli anni e continuai a cercare di cogliere e fissarne gli aspetti più intensi. Ricordavo il trasporto con cui il Poeta mi parlava, fluido, di quelle acque calme, delle barene colorate dai fiuri de tapo: con gli occhi quasi chiusi e la stanza abbagliata dal sole, sembrava descrivesse un sogno, una visione mistica. E ricordavo la dolce serenità delle marine di Paride, le piccole figure umane che le animavano. Due persone, caratterialmente così diverse, si esprimevano con uno stesso linguaggio fatto di un’amorevole dedizione e attenta analisi.

Le mie mostre proseguivano con cadenza costante (ormai ne facevo tre l’anno), in Regione, nel resto d’Italia e pure all’estero e continuava incessante la ricerca del nuovo, quasi a rispondere ad un’inquietudine di fondo che non so spiegare. Forse mi sentivo solo perché i miei maestri non erano più in vita e avvertivo profondamente la loro mancanza.
Non so se vi sia un nesso tra la solitudine e il tema che sviluppai in quel periodo. Il critico Paolo Rizzi si espresse così in un suo scritto del 1985:

“Un inizio d’inverno, due anni fa, sulla spiaggia di Grado”. Mi racconta Dario Delpin: ” Il tempo era grigio, la spiaggia deserta. Improvvisamente mi volto e vedo due sedie sdraio e due ombrelloni: erano lì, dimenticati chissà da quando. Quelle forme colorate portavano una nota di allegria nell’ambiente ingrigito, mesto, malinconico. Ecco, è stata per me un’impressione che non ho dimenticato”. Nacque allora un ciclo nuovo: quello appunto delle spiagge. Ora vedo davanti a me le varie opere: pastelli, olii, disegni, incisioni. Delpin è riuscito a rendere perfettamente quella prima impressione: essa rivive con tutta la freschezza del ricordo immediato, senza forzature, quasi senza nostalgie. Il pittore s’è identificato nel motivo: l’ha amato a tal punto da non volerlo né trasfigurare né travisare. Nessuna implicazione psicologica, nessuna caccia al simbolo: Delpin non ama sofisticare l’immagine. Bensì un tono allusivo che traspare in ogni momento: una sorta di liberazione della fantasia, un respirare a pieni polmoni l’aria e la luce. Ecco il senso più profondo di queste opere, che si potrebbero definire come stati d’animo e, insieme, momenti della natura. Dalla tristezza di una spiaggia deserta, quasi spenta nei toni e malinconica nel fondo, escono le note acute del colore (appunto gli ombrelloni e le sdraio) che diventano un inno di gioia, un canto di vitalità.

La parentesi delle spiagge fu lunga e intensa. Affrontai il tema con tutte le tecniche che conoscevo: grafiche, pastelli, olio, affresco, vetro, fino all’esaurimento. Poi, come un amore finito, chiusi la parentesi e non toccai più quel soggetto.

L’esperienza con Biagio Marin mi fu preziosa per comprendere appieno la ricchezza di sfumature che nasceva dall’accostamento della poesia alla pittura. Mi piace, infatti, la complementarità fra le diverse manifestazioni d’arte: abbinando, ad esempio, la musica più appropriata ai miei paesaggi, mi sembra di rinforzare la mia capacità espressiva e trasferire alle tele una nuova energia.

Sperimentai il binomio pittura-poesia con un’altra persona che mi è stata molto cara: Celso Macor, giornalista, scrittore e poeta, autore di libri, saggi, volumi di poesie e di prose in italiano e in friulano.
Di Macor ricordo soprattutto la semplicità e la modestia del suo agire, conseguenza naturale di un carattere schivo, umile, un po’ defilato. Non amava essere al centro della scena, si sentiva imbarazzato e parlava lo stretto necessario temendo di cadere nell’autocelebrazione. Mi sembrava ci fosse in lui un filo di malinconia che non lo abbandonava mai, anche nei momenti di gioia. Lo ammiravo molto, ma non ho mai avuto sufficiente confidenza (e forse, un po’ di audacia) per approfondire la nostra conoscenza personale. Rispettavo quella leggera malinconia, quel carattere crepuscolare: lo interpretavo come il bisogno di una continua introspezione, di ricerca e analisi forse non di se stesso, quanto dei tempi che stavamo vivendo, dei comportamenti umani, del mutare delle cose e delle persone.
Celso era scrittore e poeta molto profondo, a volte complesso e tormentato, a volte di una limpidezza lineare, ma sempre ricco di riflessioni, valutazioni, ricerca, domande.

Collaborai a lungo e in diverse occasioni con Macor, trattando dei filoni tematici cari ad entrambi. Il tutto ebbe origine da un denominatore comune: siamo ambedue nati a Versa e sentivamo il desiderio di celebrare a modo nostro il piccolo paese. Nacque così, nel 1987, Viarsa una cartella con tre incisioni, che riprendevano alcuni luoghi tipici dell’abitato, accompagnate da una lunga poesia di Celso. Cito solo la strofa iniziale, ma se ne avrete l’occasione, vi invito a leggerla per intero.

Purzission di ciasis
ingropadis,
storia di pûrs platada
sot crostis di mûr
carulât dal timp,
ombris di medis, di laips,
di pompis di aga, di morars,
olmis di pujùi
restadis tal rivoc
a sfresâ ta ‘zornada gnova. (3)

L’attaccamento alla terra, le fatiche nei campi, i lavori gravosi, le storie perdute, le atmosfere ammantate di ricordi e riferimenti storici caratterizzarono anche la cartella Aghis, risalente al 1991, che ricordava con acqueforti e versi, i tre corsi d’acqua che bagnano il paese.

Seguirono altri lavori con Celso, Puisiis a Viarsa, (1994) una raccolta di poesie con una mia xilografia della piccola chiesa lauretana e poi, ancora Mistîrs, nel 1995, l’ultima cartella° di incisioni sui mestieri che stanno scomparendo. Anche in quell’occasione la mia grafica era guidata dai versi di Celso.

La sua prematura scomparsa lasciò un grande vuoto nella cultura della nostra regione e nel cuore di molte persone che, come me, lo apprezzavano come uomo, come scrittore e poeta e provavano sempre una forte commozione nel sentirlo recitare i suoi versi con voce calda e serena.

2005 - Dario Delpin

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